Le due facce di Gomorra

Dal libro di Roberto Saviano, Gomorra, un film di Matteo GarroneGarrone non mi è simpatico. Così a pelle. Sembra presuntuoso, saccente. Fa parte della Roma che conta, sembra un pariolino che ha fatto strada, etc etc.

Ma è obbligo giudicare gli uomini per le proprie opere, a mio avviso (e io ne esco male, ma questo è un altro discorso).

E ho trovato Gomorra un film straordinario. La cui valenza antropologica potrà un giorno essere paragonata a quella de L’albero degli Zoccoli. Un film importante, in un’epoca in cui i film belli sono pochi e quelli importanti ancora meno.

Ma non voglio qui illustrare i motivi di plauso: le critiche lo hanno già a dovere incensato, fatta eccezione per qualche voce fuori dal coro, come quella di Afef, ad esempio, alla quale hanno già risposto di non confondere Sodoma con Gomorra. Elogiato e criticato, insomma.

Quello che voglio fare, è mettere in evidenza un altro paio di elementi.

Il primo è una replica a chi attacca Garrone con l’argomentazione del non aver avuto il coraggio di fare i nomi, a differenza di Saviano; accusa che sottintende un certo opportunismo, se non addirittura una vigliaccheria.

E’ una stronzata, per due ragioni: perchè i nomi non avrebbero aggiunto nulla, e tra l’altro ormai sono nomi vecchi, anche noti, grazie a Saviano. Un'immagine del mostro architettonico che prende il nome di La seconda ragione, a mio avviso più importante, è che Garrone in quanto autore cinematografico ha scelto il piano delle immagini: ha mostrato Le Vele a Scampia, ha mostrato il paesaggio triste e degradato comune a tutte le regioni del Sud Italia colpite dalla piaga dell’abbandono. Ha mostrato quella gente prendendo gli attori da quelle strade (e ottenendo una recitazione quasi professionale, con la maestria degna dei più grandi registi).

Non credo che sia stato semplice andare a girare il film “Gomorra” a Le Vele,in quel territorio. Penso ci sia voluto molto coraggio. Altro che opportunismo e vigliaccheria.

Un altro elemento che mi ha colpito molto riguarda l’operazione di riduzione rispetto al testo originale. Garrone instaura un dialogo privilegiato con lo spettatore che ha anche letto il libro: gli mostra dei dettagli che l’altro spettatore non riesce a comprendere, come ad esempio quando Pasquale vede in televisione il vestito indossato da Scarlett Johansonn (si scriverà così?) al galà. Chi ha letto il libro sa che il sarto riconosce quel vestito perchè lo ha fatto lui. A chi non lo ha letto forse questo dettaglio sfugge. E tra l’altro anch’io mi sono chiesto perchè nel libro si parlasse di Angelina Jolie e nel film avessero cambiato il nome. In questa scena, comunque, come in altre, il lettore del libro può vedere qualcosa in più rispetto al semplice spettatore. Come a dire: “Tu hai letto il libro, e ti tratto meglio”.

Sempre riguardo all’opera di riduzione dal libro al film, un’altra cosa che mi ha colpito è la scelta stilistica operata da Garrone, o forse da Saviano, o da entrambi in fase di realizzazione del soggetto. Qunado lessi che Garrone faceva un film da Gomorra, ero sicuro che avrebbe scelto alcune scene del libro. Ne ero sicuro perchè erano scene, immagini, con un’efficacia visiva straordinaria, molto facili da trasportare sullo schermo. Penso ad esempio alla scena degli zombie che provano l’eroina, e del cadavere che si rianima, o ancora al container pieno di cadaveri con cui si apre il libro, o alla scena della montagna di residui della mungitura delle vacche. Sono scene già scritte, pugni in pancia allo spettatore facili da mettere in scena. E invece Garrone e Saviano non ne hanno scelta neanche una per la trasposizione cinematografica. Credo che abbiano deciso di non aggiungere “effetti speciali”. Quelle sono scene incredibili, ch avrebbero portato la narrazione quasi su un piano onirico, sfidando la credulità dello spettatore. Invece Garrone ci racconta le cose più credibili, più ovvie, quelle che in fondo in fondo conosciamo tutti attraverso le cronache dei giornali e della tv. L’ho trovata una scelta stilistica di grande coraggio, con un risultato di grande forza espressiva.

La copertina del libro Gomorra, di Roberto SavianoDi rado un film che racconta un bel libro riesce a non tradirlo. Nel migliore dei casi si configura come opera autonoma rispetto al testo originale. Qui invece accade una mezza magia: sono le due facce di una stessa medaglia, o due declinazioni della stessa faccia. Non è un caso infatti che l’argomento principale del libro, ovvero la dimensione, la mole del business della Camorra, sia infine rappresentato nel film attraverso due cartelli al termine della pellicola, che si occupa del punto di vista antropologico, che, in un certo senso, racconta un popolo.

Si tratta a mio avviso di un grande film, di un film importante. Sandro Ruotolo nel suo blog a un certo punto dice che la Camorra non è invincibile. Purtroppo, guardando questo film, a me sembra di sì, soprattutto quando ce la mostrano attraversare in barca il Canal Grande a  Venezia.

Per concludere, un pensiero sulle parole del povero Alessandro “Holden” Baricco: affido l’ovvia risposta  ad una persona più autorevole di me:

Tutto ciò che si può dire lo si può dire chiaramente. Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere. – Ludwig Wittgenstein

Commenti

  1. AnteaBlanca scrive:

    Bellissima l’ultima citazioe. …per quanto riguarda il resto, io non ho letto il libro ma la storia del vestito l’avevo capita ugualmente! Non arrivare fin li mi sembra davvero una sottovalutazione dello spettatore, non è mica Lynch…