Uomini, Caporali e Mucche

Ritratto di Johann Gutenberg

Ritratto di Johann Gutenberg

Chiacchierando ieri sera con una estremamente competente webmaster responsabile dell’edizione on line di un noto giornale, mi sono posto il problema di quale sia la reale importanza dell’utente della rete nei diversi processi di comunicazione attuali.

Il tema, seppur a prima vista caotico,  è interessante: le rivolte mediorientali veicolate attraverso la rete; le campagne di comunicazione elettorali che utilizzano gli strumenti informatici; il cambiamento del paradigma informativo che vede un crollo delle vendite delle copie cartacee dei giornali a vantaggio delle edizioni on line ed il conseguente problema della redditività del nuovo paradigma; la distribuzione delle informazioni, la capacità di aggregazione delle stesse; la ridondanza.

Un paio di miti da sfatare.

Il popolo della rete è attore protagonista delle rivolte mediorientali.

E’ bello immaginarlo. Ma non è così. Per chi ha esperienza di rete, è lampante quanto lo strumento sia controllabile e controllato. Prova ne sia il fatto che in paesi come Cina o Corea del Nord, dove la rete comincia ad avere tassi di penetrazione numericamente rilevanti, non vi è alcuna rivolta in atto, a fronte tra l’altro di un massiccio controllo.

Facebook, Twitter, e tutti i social network, qualora necessario sono tutti facilmente oscurabili.

Sia chiaro, chi fosse un minimo pratico di rete riesce ad accedervi comunque con facilità, ma si tratta pur sempre di una minoranza, che in presenza di regimi oppressivi dovrebbe comunque muoversi con estrema cautela.

Se davvero il popolo della rete (“Popolo della rete”…strana locuzione, poi questa: mi ricorda Genova 2001, quando il Manifesto parlava sempre de “Il Movimento”, quando in realtà si era in presenza di un coacervo estremamente variegato di movimenti) ha avuto un ruolo politico all’interno di queste rivolte, è perché determinati strumenti non sono stati inibiti: perché le società di telecomunicazione non erano sotto il controllo statale; perché i regimi non disponevano delle infrastrutture in grado di fronteggiare un controllo massivo dei nuovi media; o ancora perché la cosa non era stata ritenuta di grande rilievo.

Piuttosto è vero che i vari popoli della rete, italiani, europei, o ancora americani,  sono stati testimoni in diretta di queste rivolte. Hanno avuto accesso in tempo reale a queste informazioni. Viene da pensare che questa rivoluzione nell’accesso in tempo reale alle informazioni sia almeno un traguardo di trasparenza ormai accettato, ma non è così. Avete mai visto video di sommosse o di repressioni in Cina, o in Corea del Nord? Se la risposta è sì, è perché li avete cercati bene. Ce ne sono davvero pochi, e non li trovate sulle homepage dei giornali. E ancora, i documentari che arrivano dalla Birmania contro il regime sono girati a rischio della vita in quei paesi, montati all’estero e diffusi dall’estero.

Se un regime controlla, è in grado di farlo. Punto e basta. Con buona pace della twitter revolution.

Quello che è vero è che ognuno di noi, anche solo con un telefonino, può raccogliere informazioni in qualunque momento. Questo è vero. E tornerà utile. Ma in un futuro, non adesso.