La leggenda del santo social network

Una scena di Matrix.Basta.
Non ne posso più di leggere queste fandonie sulla comunicazione dal basso, sulla rivoluzione della rete, e su quanto i vecchi media siano superati dalle nuove tecnologie.
E’ tutto come prima. Com’era un anno fa. E lo sarà ancora per lungo tempo.
Direte voi: eppure qualcosa è cambiato. Minzolini conta meno di facebook.
Non è proprio così.

Facciamo un esempio. Supponiamo che io vada al bar, e racconti di aver passato una notte in una piscina termale con Uma Thurman e Isabelle Adjani.
In pochi mi crederanno.
Se però venti minuti dopo nel bar entra Giovanni e dice: “Caspita, l’altra sera l’ho incontrato abbracciato a Uma e a Isabelle!”, qualche avventore, comincerà a crederci. Se poi subito dopo entrano altri due e dicono di avermi visto in un bosco andare a funghi insieme a Uma Thurman e a Isabelle, cominceranno a essere parecchi coloro che ci credono.

Questa è la propaganda: sparo una boiata, e la ripeto. Ma l’elemento fondamentale della propaganda non è la boiata in sè, ma è la  ripetizione, perchè viene associata dal pubblico a una conferma. Perchè il processo funzioni è però necessario che la ripetizione sia affidata a media autorevoli.

Ora il buon Tg1, giusto per fare un esempio, si trova a dare notizie parziali, ma la sua capacità di ripetizione è ridotta, perchè ci sono altri media autorevoli (Tg3, TgLa7, Corriere, Repubblica) che non la ripetono più. Anzi, al contrario, danno voce al meraviglioso mondo del social network, ove tutto è buono, giusto e libero (è ironico, ma questo è un altro discorso).
Quindi la propaganda viene completamente depotenziata, e il pubblico si rende conto che: “Ops, ma allora sono balle quelle lì! Allora non ci dicono la verità sui fatti del giorno!”.
Ed ecco che qualche imprudente si lascia scappare: “E’ la rete! E’ la rete!”, quando in realtà la rete non c’entra niente, se non quale contenitore di opinioni che diventano autorevoli solo quando ripetute dai media tradizionali.

Facciamo allora un controesempio.
Tra il 9 e il 12 giugno si è tenuta in Svizzera la riunione del Bilderberg. Si tratta di un incontro a porte chiuse, che raduna un centinaio tra gli uomini più potenti del mondo, nel corso del quale il contenuto delle discussioni resta segreto e i partecipanti hanno l’obbligo di non divulgarlo. Interessante, no?
Pare di no. Repubblica ce lo racconta solo tramite un articolo su Borghezio che aveva cercato di infiltrarsi senza invito ed è stato rimbalzato a suon di cazzotti (non che la cosa mi rattristi più di tanto, sia chiaro). Grazie al suo naso rotto i lettori di Repubblica sono al corrente che il Bilderberg esiste. Più fortunati i lettori del Corriere che affida al corrispondente da Berlino (il vertice si è tenuto in Svizzera) la stesura di un interessante articolo sulla manifestazione. Nell’articolo si fa chiarezza:

“Fatto sta che attorno alle riunioni del Bilderberg è nata una mitologia da complotto che negli ultimi anni è diventata per alcuni un’ossessione. […]Ovviamente, tutto ciò non ha senso, per il solo fatto che qualche centinaio di persone, per quanto potenti e influenti, potrebbero solo sognare di dominare la terra, un James Bond alla fine vince sempre.”

Insomma: 130 tra le persone più potenti del mondo si trovano a discutere tre giorni all’anno, non si sa cosa si dicono, non sono ammessi giornalisti, e la stampa se ne fotte. Nessuno che chieda a uno dei partecipanti, ad esempio a  Tremonti,  che cazzo si sono detti durante ‘sta riunione!

Invece, fanno un vertice del G8 (otto persone) e ci sono paginate di analisi e di interviste su tutti i giornali.

Ma vengo al dunque. Questa cosa del Bilderberg, in rete la si sa. La si sa da anni. Si sa che esiste il Bilderberg, e in assenza di informazioni (fino all’anno scorso l’organizzazione non aveva neanche un sito ufficiale) si è scritto tutto e il contrario di tutto. Ma in questo caso, dal basso non sale nulla. Il messaggio non viene ripetuto, e soprattutto, non viene ritenuto autorevole. Anzi, per l’esattezza, si tratta di “una mitologia da complotto che negli ultimi anni è diventata per alcuni un’ossessione”. Non è autorevole, non viene ripetuto, e quindi sparisce. Puff. Finita l’informazione dal basso.

Mi si obbietterà: noi giornalisti siamo corretti, integerrimi, etc etc etc… e se non lo scriviamo, è perchè non interessa a nessuno. Errore. L’articolo di Repubblica che racconta l’aggressione a Borghezio ha ottomila condivisioni su facebook (per intenderci: l’articolo contenente le intercettazioni tra Briatore e la Santanchè ne ha 5000).

Per concludere. Secondo Charlie Skelton, un giornalista del Guardian che tenta di informare sulla vicenda Bilderberg (tenta, perchè essendo segreta, anche lui ne sa poco), pare che quest’anno durante la Conferenza si sia parlato (traduzione qui) anche di “Social Networks: Connettività e Istanze di Sicurezza”. Siete avvisati.