Manuale di sopravvivenza dai cazzi degli altri

Ci sono delle persone, che, appena ti incontrano, non vedono l’ora di raccontarti i cazzi loro.

Ma non quelli divertenti, non quelli spiritosi, simpatici, magari piccanti… nooo, non quelli! Quelli se li tengono per loro. Ti raccontano quelli tristi, ti raccontano le loro angosce, le loro disgrazie, le loro sventure.

L’obiettivo è quello di farti pensare: “Ammazza quant’è sfigato, questo! Non gliene va dritta una!”.

Il fenomeno si sta diffondendo. Su un campione di dieci persone, almeno tre si appostano in agguato. Ti aspettano. Al varco. Attendono la domanda fatidica, quella che non puoi non fare, perchè fa parte del saluto, dei convenevoli.

Io personalmente, in queste circostanze, raccomando di cedere subito, di togliersi subito il dente. Diretti. Senza giri di parole. Si incrocia quello sguardo triste e subito si da il La, per togliersi il pensiero: “ciao, come va?”.

E’ il “come va” la parola magica.

Ecco, e adesso parte la rumba. E’ necessario dire che la grande famiglia degli sventurati, a questo punto suole dividersi in due categorie: quella del “eh… come vuoi che vada… così così…”; e quelli del “male, grazie”.

Inutile dire che i secondi sono i più pericolosi. I primi, infatti, si possono schivare. Io per esempio, con i primi adotto la tecnica del fare finta di niente: fingo che mi abbiano risposto “Bene, grazie”, e passo alla seconda domanda, ben lontana da qualunque argomento che possa destare la ben che minima malinconia. Infatti mi accusano di parlare spesso di politica. Certo, il calcio sarebbe più indicato, ma al giorno d’oggi la politica consente quel qualunquismo d’opinione basato sulla convenzione del “Sò tutti ladri”, tale da generare una conversazione rilassata e per  nulla impegnativa.

Ma i secondi, quelli che ti hanno risposto che va apertamente e dichiaratamente male, quelli non li freghi. quelli sono i più cattivi. Non ti mollano fino a quando non ti hanno lacerato le carni con i loro guai, le loro tristezze, le loro disgrazie.
Ti fissano con lo sguardo vitreo per captare una minima esitazione, e appena vedono un segno di paura, attaccano come belve impazzite. Con questi non c’è scampo, non c’è speranza alcuna.

La categoria dei “racconta-sfighe” sta assumendo i contorni di un fenomeno fuori controllo, complice forse l’incertezza economica e il declino del paese.

La sfiga più gettonata è il lavoro. Non mi piace, è precario, il mio capo è uno stronzo, la collega è nà zoccola, non c’ho una lira, quell’altro non fa una sega e guadagna un botto. In queste sei tipologie si può far rientrare l’intero universo delle possibilità di lamentela. Purtroppo non hanno neanche un briciolo di fantasia, sti bastardi

Subito a un’incollatura segue il problema di salute. Mal di testa e tiroide vanno ai massimi. Subito dietro il tumore. Quello altrui, ovviamente. Il padre di un  amico, uno zio o un altro parente lontano, un lontano conoscente che manco si salutava per strada, e che, dal momento della patologia in poi, diventa “un caro amico anche se non ci si vedeva spesso”.
Il giugno poi, è funestato dalle allergie, cosa che rende il dialogo ancora più straziante per via dei caratteristici occhi lucidi. Anche il novembre, con i raffreddori e le tossi, è un mese a cui bisogna fare estrema attenzione.

Poi c’è la pena d’amore, che si esaurisce in tre sottotipi: c’ho le corna; vorrei fare le corna; m’ammazzo di pippe. Come risulta dall’esperienza, i sottotipi sono sovrapponibili e spesso interdipendenti.

Infine, alcuni, ma solo i più coraggiosi, hanno il coraggio di attaccare sull’insonnia. Qui si riscontrano principalmente tre tipologie: quelli che dormono poco,  quelli che non dormono, e quelli che dormono male. Gli ultimi, seppur privi di dignità, sono comunque abbastanza infidi, quando tentano di raccontarti le motivazioni per cui dormono male, una su tutte l’ansia. E qui si apre un terreno limaccioso, perchè è un attimo commettere l’errore di dare corda, e trovarsi, ad esempio,  in una delle sei tipologie di sfiga da lavoro.