Butta male

Vignetta di Shooty presa da www.presseurop.euAll’inquietante analisi di Paul Krugman dei giorni scorsi, si aggiunge oggi un monito di Loretta Napoleoni (al cui articolo bisogna però per correttezza imputare una certa carenza di spiegazioni). Entrambi propendono per l’irreversibilità della crisi dell’eurozona.

Si possono però evidenziare diversi fenomeni in atto abbastanza semplici da notare:

Torno per qualche istante sull’articolo della Napoleoni, perchè denuncia un processo che appare inevitabile, ovvero l’aumento della distanza tra i cicli economici recessivi della periferia dell’area euro e la locomotiva tedesca. E’ probabile che questo scenario si verifichi. Occorre allora capire come gestirlo.

Una sostenitrice del front de gauche durante un comizio a Parigi. Da Internazionale.itLa preannunciata ascesa di François Hollande in Francia (con l’appoggio parrebbe determinante di Melénchon) potrebbe rappresentare un vento nuovo all’interno delle sinistre europee. C’è da aspettarsi un cambio al vertice anche in Germania In Italia non c’è da aspettarsi molto, visto che la nostra classe politica tutta non ha a cuore più nulla ormai, preoccupata soltanto di mantenere inalterati gli equilibri sociopolitici, ed interessata soltanto a dispiegare i media contro la cosiddetta antipolitica per arginare il dissenso ormai galoppante. Un sistema feudale in crisi, insomma. Ma se il vento cambia, soffia ovunque.

A me risulta evidente che per ripartire è necessario mettere le mani sulla finanza. Ma non ho motivazioni ideologiche e punitive: le ragioni sono dovute al fatto che per una serie di cause, il mercato dei capitali non è più in grado di svolgere efficientemente il suo ruolo di intermediazione, in quanto è impegnato a drenare ricchezza per autofinanziarsi. Perchè prestare soldi a un’impresa con una remunerazione del 4 o 5% quando si può guadagnare il 13%? Nessuno lo farebbe. Il problema è che quel 13 % è una scommessa che qualcuno vince, e altri perdono. E chi perde quella scommessa cerca di rifarsi valutando il prezzo di qualche bene in crescita (case, new economy, commodities). A quel punto si crea una bolla. Quando la bolla scoppia, devono intervenire le finanze pubbliche. Insomma: alla fine quel 13% lo pagano gli stati, che si rivalgono sui cittadini. Eppure i capitali privati ci sarebbero: spesso il risparmio privato può accedere sì e no a strumenti che lo remunerano per molto meno del 4%. Ma gli si rende la vita difficile in modo che la finanza non debba abdicare ad una riserva di liquidità per lei necessaria.

Sia chiaro: questo non è un problema italiano, è un problema mondiale. Per l’Italia il discorso è un po’ diverso: noi siamo ladri, abbiamo rubato, e per anni abbiamo chiuso un occhio perchè tutti avevamo qualcosa da guadagnarci in qualità della vita, vivendo al di sopra delle nostre possibilità. E ora la pacchia è finita.

Ma questo non toglie che ci sia un problema sistemico, una vasca da bagno senza il tappo. Sembra che qualcuno cominci a parlare del tappo. Siamo lontani da tapparlo, quel buco: ci siamo giocati una generazione che adesso è disperata, che non fa progetti oltre la settimana, e che forse non ha nulla da progettare. Ma prendere coscienza della vasca bucata è il primo passo.

L’altro punto è ripensare la crescita. Finora il concetto di crescita si è in realtà concretizzato in uno sfruttamento delle risorse. Comincia purtroppo ad essere chiaro che il meccanismo non è più sostenibile. Ma esiste un’altra crescita, quella dovuta all’innovazione. Gli Stati Uniti, che hanno comunque a cuore il loro ruolo di leadership mondiale, sembrano essersene accorti. Noi no.

L’ultimo punto, il più drammatico per chi crede nell’economia, è ripensare al concetto di mercato, che ha senso solo quando garantisce una migliore allocazione delle risorse. Se no, non serve. E allora occorre valutare meccanismi di allocazione delle risorse più efficienti.