05/18/08

Il populismo di Juncker

Logo del Corriere della SeraSul Corriere del 17 maggio Piero Ostellino dubita che l’Unione Europea debba scendere in campo contro le indennità dei manager in aperto disaccordo col “populismo” di Juncker che ha affermato la necessità di adeguati strumenti finanziari contro eccessi eticamente inaccettabili.
Forse a Piero Ostellino va bene così. Vorrei quindi ricordargli che la maggior parte di detti emolumenti, in Italia sono sovente tassati al 12,50 %, ed è inoltre prassi diffusa traghettarli estero su estero nei cosiddetti paradisi fiscali. Se lui dubiti di queste prassi, io non lo so. Ma al contrario non dubito della necessità di correttivi.

Su IoDonna (magazine del sabato del Corriere) dello stesso giorno Marina Terragni ci informa che nel 2020 la depressione sarà la seconda causa di malattia e di invalidità nel mondo. Si sbaglia: saranno la lebbra e il colera.

Può non sembrare, ma le due notizie sono strettamente collegate.

05/15/08

Chi vuole la testa di Travaglio ?

Artemisia Gentileschi, Giuditta e OloferneChi ha voluto la testa di Travaglio ? E soprattutto, cui prodest ?

Non avrei voluto tornarci sopra. Ma a questo punto la vicenda è diventata più importante, in termini di cronaca, di quanto già non lo fosse in linea di principio.

Cerco di capirci qualcosa, con il solito esercizio dietrologico tanto bistrattato, ma più volte dimostratosi efficace nella lettura delle recenti e meno recenti cronache italiane.

Cerco di ricostruire la vicenda, per punti.

  1. Marco Travaglio, giornalista collaboratore di Repubblica e de L’Unità, e vicino ai movimenti di Beppe Grillo, durante la promozione del suo libro in una nota trasmissione televisiva, attacca la seconda carica dello Stato nella persona di Schifani sulla base di alcune inchieste giornalistiche che lo hanno visto entrare nelle cronache giudiziarie di alcune vicende legate al mondo della mafia. L’attacco è discutibile e l’opinione pubblica si spacca, divisa tra chi lo ritiene un esempio di libertà di informazione e chi ravvisa invece nelle affermazioni di Travaglio un intento diffamatorio.
  2. Repubblica, sembra per amore delle istituzioni, fa sua la posizione espressa anche da Anna Finocchiaro, che stigmatizza l’episodio. Affida a un corsivo di D’Avanzo il compito di esprimere questa posizione. Il giornalista quindi mette in evidenza quella che ritiene una contraddizione tra gli episodi riferiti da Travaglio è il concetto di verità al quale Travaglio dice di ispirarsi. Si tenga presente che Travaglio è (oppure, a questo punto, è stato) un collaboratore di questa testata.
  3. Travaglio replica con una lettera al giornale, nella quale restituisce al mittente le critiche a lui mosse e affidandosi al giudice per quanto riguarda la veridicità o meno delle sue dichiarazioni.
  4. Colpo di scena. In risposta a questa lettera di Travaglio, D’Avanzo a usa volta replica con un articolo. Fin qui sembra una guerra interna di giornalisti. E invece, dalla sua penna esce la stoccata finale, anzi, il colpo d’accetta. D’Avanzo nella su replica accusa infatti il giornalista di essere a sua volta, ancorchè in via residuale, entrato in un’inchiesta per mafia.
  5. Travaglio replica, riservandosi sembra azioni legali, ma il suo capo è ormai staccato dal corpo. E’ diventato “la talpa dei boss”, come titola il Corriere della Sera. Filippo Facci, ne approfitta per saltarci sopra con i tacchi a spillo, non per vezzo, ma per far più male. Ma ormai salta su una carcassa.

Alla fine della vicenda Travaglio ne esce come la verginella a casino, falsa e puttana al tempo stesso.

Prima nota interessante, al primo attacco a Schifani, subito dopo il PDL, replica il vertice del PD attraverso Anna Finocchiaro. Una stranezza, ma “l’amore per le istituzioni” porta a questo risultato.

La seconda stranezza è che l’attacco viene portato avanti anche da Repubblica: me lo spiegavo attraverso l’avversione che questo giornale nutre per Beppe Grillo e i suoi seguaci, oltre che per una ormai cieca fedeltà politica ai vertici PD. Ma forse non basta a spiegare. C’era un sottile avvertimento, che probabilmente Travaglio non comprese: “Chi di spada ferisce, di spada perisce”, diceva tra le righe, e di lì a poco si sarebbe dispiegato in tutta la sua potenza.

La terza stranezza è che la testa di Travaglio la fa cascare proprio questo giornale, attraverso le dichiarazioni di D’Avanzo che espongono Travaglio all’odore della mafia, o per lo meno, al sospetto. Insomma, viene fatto a pezzi da un’azione bipartisan, direbbe Fo, da destra e da sinistra, in una convergenza per lo meno sospetta.

Che cosa spinge un giornale come Repubblica che storicamente non ha mai fatto

sconti alla mafia e alle sue collusioni con i poteri

a far cadere la testa di un giornalista la cui colpa è quella di aver attaccato l’opposizione su un tema così delicato come quello dei rapporti tra mafia e politica ? E’ strano.

Escluderei l’ipotesi di una rivalità giornalistica. D’Avanzo non ne ha bisogno: gode già di miglior fama, e comunque, un attacco che avrà conseguenze dirette sui palinsesti e sulla libertà di informazione, somiglia di più al dispetto del marito nei confronti della moglie… e quindi lo escluderei.

La prima ragione potrebbe essere che siamo tutti ricattabili, destra e sinistra, e che quindi, quando ci si siede al tavolo dei professionisti, bisogna conoscere le regole del gioco, e bisogna fare buon viso a cattivo gioco.

La seconda, più nobile, potrebbe essere, che, qualora indagate, determinate posizioni dei nostri leader potrebbero esporre il nostro paese ad una riprovazione internazionale foriera di conseguenze. E che quindi, per il bene del paese, sia meglio lanciare due fumogeni adesso e far cadere una testa ora, piuttosto che falcidiarne decine successivamente.

La terza è che ci sia stato un accordo tra maggioranza e opposizione, e che all’interno di questo accordo sia entrata anche la libertà di informazione.

Sono tutte e tre plausibili.

Di certo, per rispondere alla prima domanda, questa è una testa chiesta da Berlusconi, e recisa dal centro sinistra.

05/14/08

Il problema è la cultura… è tutto qui

GoebbelsUn noto giornale tedesco dedica un editoriale al fulmicotone all’Italia. Non gli si può dare torto.

Il paese ha fatto suo il motto di Joseph Goebbels già da qualche anno. Ha espulso il libero pensiero dalle università, dai giornali, e ha scientificamente impedito alla cultura di aprirsi un varco nella mediocrità di un’epoca declinante.

Le università sono state occupate da una pletora di raccomandati che hanno fatto della clientela e dell’arrivismo un dogma. Il cinema è stato distrutto. Le sale sono state sostituite da parcheggi. La televisione ha sostituito Zavoli con le Veline, Pasolini con il Gabibbo. E i giornali ? Che dire dei giornali ? Niente. Niente da dire.

Chi ancora possiede una capacità di pensiero abbastanza autonoma, viene abbandonato, lasciato solo, in attesa di un’inevitabile astenia.

E’ chiaro che tutto questo ha un prezzo.

Io non me la sento di replicare. Mi viene solo tanta voglia di andar via da qui.

da l’Unità e da La Stampa

05/13/08

A D’Avanzo avanza una lezione

La testata di RepubblicaStupisce che provenga da Giuseppe D’Avanzo l’ennesimo attacco contro Marco Travaglio, reo di aver riportato i fatti esposti in un libro di Lirio Abbate davanti alla platea televisiva di Che Temo che Fa.

Stupisce perchè D’Avanzo ha dato prova di essere un giornalista coraggioso, ma stupisce ancor più per le argomentazioni della Lezione, piuttosto inconsistenti. Le ragioni secondo le quali dei fatti riguardanti Schifani non si è più parlato, e pare non si debba più parlare, forse sono condensate in queste poche righe:

“Non se n’è più parlato perché un lavoro di ricerca indipendente non ha offerto alcun – ulteriore e decisivo – elemento di verità. Siamo fermi al punto di partenza. Quasi trent’anni fa Schifani è stato in società con un tipo che, nel 1994, fonda un circolo di Forza Italia a Villabate e, quattro anni dopo, viene processato come mafioso.”

Se ne deduce che, anche di Bin Laden non si debba più parlare: siamo fermi al punto di partenza. E anche dei rifiuti di Napoli, dei regolamenti della CONSOB, del lavoro nero e dell’evasione fiscale, dell’ambito politico perversamente clientelare, etcetera etcetera. Sempre fermi al “punto di partenza”. E quindi, inutile parlarne.

Poi, rispetto al “punto di partenza”, proseguendo su questa strada, si può addirittura cominciare a fare qualche passino indietro. Lo so, non è facile, ma siamo sulla buona strada, ce la possiamo fare.

Al contrario, Schifani offre una prova di maturità politica, e giustamente querela Travaglio. Ora, come era auspicabile la parola passa anche ai giudici. Ma resterà sulle labbra anche di altri, che non vedono l’ora di togliersi dalle scatole questo seccatore bipartisan di Travaglio. E’ chiaro che Travaglio ha alzato il tiro, per immolarsi sull’altare della censura. Servono martiri, e lui offre il suo fianco.

E allora, il punto non riguarda il controllo dei media, ormai ampiamente dimostrato (non serve citare esempi di censura, basti pensare che durante un conflitto i primi bersagli sono gli aeroporti, le stazioni ferroviarie e le sedi tv).

Nè tantomeno è politico, vista la situazione di democrazia incompleta (altri la chiamano postdemocrazia) che facilita esternazioni di basso profilo.

Il problema riguarda l’indipendenza del pensiero, l’espulsione di determinate idee dal dibattito corrente, l’estinzione di una classe intellettuale indipendente. Una classe intellettuale alla quale D’Avanzo avrebbe il diritto di appartenere, ma che è ben lontana dal “punto di partenza”.

05/8/08

A volte lo invidio

Mara CarfagnaLo ammetto: a volte invidio Berlusconi. Ma non per i soldi. Per i Ministeri.

Lo so, l’invidia è un sentimento orribile. Avvelena gli animi, e rende gli uomini spregevoli.

Però..

“Ho osservato anche che ogni fatica e tutta l’abilità messe in un lavoro non sono che invidia dell’uno con l’altro. Anche questo è vanità e un inseguire il vento.” (Qohelet)

Però…