La zona D

Mi hanno scritto. Stanotte hanno fatto un altro muro.

Avevo sette o otto anni. Forse nove. Avevo la cassetta, o forse ce l’aveva mia madre.
C’era una canzone che si chiamava “Quando verrà Natale”. Mi piaceva, la ascoltavo decine di volte di seguito tornando indietro con il tasto REW.
Questa invece era nell’altra facciata. Non mi piaceva, ma alla fine mi è rimasta impressa, forse più dell’altra.

Banalità che riaffiorano dalla nebbia del passato.

Tempori serviendum est

Mio padre citava spesso delle locuzioni latine. Ironizzava bonariamente sulla mia ignoranza abissale. E, sotto sotto, era un modo per giocare a vantarsi dei suoi studi classici rispetto al mio svogliato  e pigro liceo scientifico. Adesso credo che ormai certe locuzioni siano rimaste in uso solo tra gli studenti di diritto e pochi altri.

C’è una meravigliosa voce su wikipedia che ne elenca un buon numero. Ogni tanto mi ci ritrovo a sbirciarne alcune. Vorrei poterle ricordare, ma ormai la mia memoria sembra di pietra e non trattiene più nulla. Questa, ad esempio, di Virgilio: “Stat sua cuique dies“, a ciascuno è dato il suo giorno.

Allegro e felice

Si sa, i ricordi se ne vanno. Uno dei pochi ricordi della mia infanzia, è legato a questa canzone.  Quando ero piccolo,  e la ascoltavo,  ricordo che scoppiavo a piangere. Mia madre cercava di consolarmi, diceva che non era una canzone triste, eppure io la sentivo straziante.


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Sly

A me spiace, perchè Flea mi piace moltissimo.

Ma, purtroppo per lui, su questo pezzo non c’è mai stata storia.

Number one’s gonna be number one.

Per non parlare di quei suoi meravigliosi capelli…