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E’ la politica che distrugge il Campionato

Ezio Mauro, Direttore di RepubblicaL’articolo di Ezio Mauro di oggi richiederebbe una risposta molto approfondita. Purtroppo non ho il tempo di darla: il lavoro, devo dire fortunatamente, prende il sopravvento su questa mia attività di blogging.

Due o tre cose però si possono rispondere in breve. Non prima, di una doverosa premessa: condivido e apprezzo l’anelito che muove il Direttore, e sottoscrivo la conclusione:

“Una rete sociale, culturale, politica e istituzionale (basta pensare all’Europa e ai suoi ritardi) da ricostruire. Che gran compito per la politica: se la politica ci fosse, e soprattutto se fosse capace di pensare se stessa senza pensare politicamente.”

Ecco le due o tre cose, però, che mi è necessario precisare.

Quando Ezio Mauro parla di una Finanza che ha sfidato l’autorità tradizionale, la potestà dello Stato stessa, mettendo fuori gioco la politica come tecnica o come azione delle istituzioni, beh, mi è difficile essere d’accordo.

Il la di tutto ciò, l’alfa di questa tempesta, nasce proprio da lì: dalla politica. Anzi: dalla politica malvagia, da quella affaristica e truffaldina.

Esempio: non è stata forse l’azione di Greenspan ad accelerare il fenomeno di questa metastasi finanziaria ? Non è stato forse Clinton (prima di Bush) a dare il via alle mani libere degli istituti bancari ?

Ma ancora oggi non sento prese di posizione sulla legislazione bancaria, sulle responsabilità delle autorità di controllo. E mi risulta che queste leggi, che le nomine di queste autorità, siano subordinate a decisioni politiche.

La colpa è di chi non paga il mutuo ? Suvvia! Oppure dei trader cattivi che per guadagnarsi i premi hanno fatto pacchi e pacchetti da spargere nel ventre globale della finanza ?

La colpa è delle regole, caro Mauro, e Lei lo sa bene.

La colpa è della politica, di legislazioni volutamente carenti, delle autorità antitrust, della CONSOB, della Banca d’Italia, che aveva il dovere di vigilare. E questo per restare all’Italia. Ma lo stesso si può dire degli Stati Uniti e delle Banche Centrali.

La colpa viene proprio da lì, dalla corruzione dei gangli più sensibili delle istituzioni. Ed è questa corruzione che ha fatto saltare quella che lei citando Beck, definisce “l’alleanza tradizionale tra l’economia di mercato e lo Stato Sociale” ammesso che vi sia mai stata.

Ci sono nomi e cognomi, quindi. E sono nomi e cognomi di politici. Questo tenero sforzo di distribuire la responsabilità sulla “finanza globale” concepito come astrazione è irriguardoso nei confronti del buon senso.

Io al calcio, ho sempre preferito la Finanza. Ero più portato. L’ho seguita sempre come un tifoso, non come un addetto ai lavori, come un allenatore, o come un calciatore. E’ quindi chiaro che le mie considerazioni non sono diverse da quelle di chi inveisce contro l’arbitro il lunedì mattina, sfogliando la Gazzetta dello Sport, magari seduto sulla tazza del cesso. Non chiedo quindi di avere la Sua autorevolezza, nè tantomeno ritengo di avere la Sua competenza.

Però devo segnalarLe un’altra cosa. Da bravo tifoso, ho sempre seguito le partite, e letto gli articoli che commentavano le strategie di gioco. E Le devo dire che i migliori approfondimenti li leggevo su giornali strani. La pagina di economia di un giornale politicamente delirante come Lotta Comunista, è stata spesso più rivelatoria di centinaia di commentatori televisivi. O gli approfondimenti su Le Monde Diplomatique, sempre estremamente documentati, veritieri e corretti, mi informavano puntualmente su ciò che succedeva e che poi, sarebbe successo.

Ma quelli come me che azzardavano determinate ipotesi, erano bollati come dietrologi, come catastrofisti, o, peggio, come nostalgici idealisti. Quelle idee sono state per anni squalificate dal dibattito corrente. Eravamo i no global (e non era vero: la globalizzazione ci piaceva, e anche molto. Ma quella vera), eravamo gli estremisti.

Invece era facile capire che quando gli arbitri sono venduti, quando i calciatori si vendono le partite, prima o poi salta il campionato. Non eravamo estremisti, e in molti ci dovrebbero delle scuse (visto che i soldi indietro non ce li vogliono ridare).

Non eravamo demagoghi e populisti, quando auspicavamo un intervento dello Stato a sostegno dei più deboli, quando vedevamo nei prelievi fiscali una forma doverosa di redistribuzione della ricchezza.

Ha ragione, Direttore, nel dire che non stiamo assistendo a una rinascita del socialismo. O almeno non nel socialismo in cui abbiamo creduto.

Se solo vi fosse l’ombra di un socialismo alle porte ( e non questo “socialismo bancario”, come più volte ho avuto modo di definirlo), allora sentirei  parlare di riduzione della leva, di obbligo di trasparenza nei bilanci delle banche, di responsabilità individuali nelle omissioni dei doverosi controlli, di revisione dei criteri di tassazione delle plusvalenze.

In fondo eravamo tutti a conoscenza della diffusione del fenomeno di insider trading, che ormai rende impossibile qualunque investimento in assenza di informazioni fresche. Sapevamo che le agenzie di rating agivano da decenni in un regime di conflitto di interessi, questo, a onor del vero, più volte denunciato anche sulle pagine del Suo giornale.

Non è demagogia, Direttore.

E’ politica. Tutta politica. Ma è una politica che è stata estromessa dal dibattito, che è stata volontariamente esclusa come minoritaria, e infine è stata estromessa dalla rappresentazione democratica attraverso l’importazione di modelli maggioritari che, nelle mani di una classe politica corrotta e inadeguata, ci ha condotto e continuerà a condurci al disastro. Eppure, Signor Direttore, ancora pochi mesi fa si spingeva verso l’estromissione di queste idee, si spingeva al voto utile, dalle pagine del Suo giornale. E si tappava la bocca a chi, all’indomani della sconfitta, domandava un serio dibattito su temi che ora sono diventati oggetto di cronaca.
Siamo stati quelli messi fuori, insomma (bisogna dire, per doverosa correttezza, che nelle nostre file militavano idee che si autoescludevano anche solo in forza del buon senso, ma ve ne erano anche altre, oltre a queste).

Quindi, Caro Direttore: ci sono nomi e cognomi dietro al fallimento del Campionato. Ci sono arbitri corrotti e calciatori venduti. Sono persone fisiche, non giuridiche.

Ma io non chiedo vendetta. Chiedo soltanto che siano introdotte norme che rendano più difficile la truffa, nei campionati a venire. Chiedo che mi si dica che da adesso in poi il gioco tornerà ad essere onesto. Chiedo che mi si faccia un elenco di norme che regoleranno questo sport in modo certo e trasparente. Chiedo e in questo mi unisco a Lei, che si torni alla politica.

Chiedo insomma che mi si consenta di tornare allo Stadio,di tornare a tifare la mia squadra.

Sarebbe un bel segnale per il pubblico sportivo. Sicuramente tornerebbe a seguire la partita. E magari a giocare la schedina.

Chi vuole la testa di Travaglio ?

Artemisia Gentileschi, Giuditta e OloferneChi ha voluto la testa di Travaglio ? E soprattutto, cui prodest ?

Non avrei voluto tornarci sopra. Ma a questo punto la vicenda è diventata più importante, in termini di cronaca, di quanto già non lo fosse in linea di principio.

Cerco di capirci qualcosa, con il solito esercizio dietrologico tanto bistrattato, ma più volte dimostratosi efficace nella lettura delle recenti e meno recenti cronache italiane.

Cerco di ricostruire la vicenda, per punti.

  1. Marco Travaglio, giornalista collaboratore di Repubblica e de L’Unità, e vicino ai movimenti di Beppe Grillo, durante la promozione del suo libro in una nota trasmissione televisiva, attacca la seconda carica dello Stato nella persona di Schifani sulla base di alcune inchieste giornalistiche che lo hanno visto entrare nelle cronache giudiziarie di alcune vicende legate al mondo della mafia. L’attacco è discutibile e l’opinione pubblica si spacca, divisa tra chi lo ritiene un esempio di libertà di informazione e chi ravvisa invece nelle affermazioni di Travaglio un intento diffamatorio.
  2. Repubblica, sembra per amore delle istituzioni, fa sua la posizione espressa anche da Anna Finocchiaro, che stigmatizza l’episodio. Affida a un corsivo di D’Avanzo il compito di esprimere questa posizione. Il giornalista quindi mette in evidenza quella che ritiene una contraddizione tra gli episodi riferiti da Travaglio è il concetto di verità al quale Travaglio dice di ispirarsi. Si tenga presente che Travaglio è (oppure, a questo punto, è stato) un collaboratore di questa testata.
  3. Travaglio replica con una lettera al giornale, nella quale restituisce al mittente le critiche a lui mosse e affidandosi al giudice per quanto riguarda la veridicità o meno delle sue dichiarazioni.
  4. Colpo di scena. In risposta a questa lettera di Travaglio, D’Avanzo a usa volta replica con un articolo. Fin qui sembra una guerra interna di giornalisti. E invece, dalla sua penna esce la stoccata finale, anzi, il colpo d’accetta. D’Avanzo nella su replica accusa infatti il giornalista di essere a sua volta, ancorchè in via residuale, entrato in un’inchiesta per mafia.
  5. Travaglio replica, riservandosi sembra azioni legali, ma il suo capo è ormai staccato dal corpo. E’ diventato “la talpa dei boss”, come titola il Corriere della Sera. Filippo Facci, ne approfitta per saltarci sopra con i tacchi a spillo, non per vezzo, ma per far più male. Ma ormai salta su una carcassa.

Alla fine della vicenda Travaglio ne esce come la verginella a casino, falsa e puttana al tempo stesso.

Prima nota interessante, al primo attacco a Schifani, subito dopo il PDL, replica il vertice del PD attraverso Anna Finocchiaro. Una stranezza, ma “l’amore per le istituzioni” porta a questo risultato.

La seconda stranezza è che l’attacco viene portato avanti anche da Repubblica: me lo spiegavo attraverso l’avversione che questo giornale nutre per Beppe Grillo e i suoi seguaci, oltre che per una ormai cieca fedeltà politica ai vertici PD. Ma forse non basta a spiegare. C’era un sottile avvertimento, che probabilmente Travaglio non comprese: “Chi di spada ferisce, di spada perisce”, diceva tra le righe, e di lì a poco si sarebbe dispiegato in tutta la sua potenza.

La terza stranezza è che la testa di Travaglio la fa cascare proprio questo giornale, attraverso le dichiarazioni di D’Avanzo che espongono Travaglio all’odore della mafia, o per lo meno, al sospetto. Insomma, viene fatto a pezzi da un’azione bipartisan, direbbe Fo, da destra e da sinistra, in una convergenza per lo meno sospetta.

Che cosa spinge un giornale come Repubblica che storicamente non ha mai fatto

sconti alla mafia e alle sue collusioni con i poteri

a far cadere la testa di un giornalista la cui colpa è quella di aver attaccato l’opposizione su un tema così delicato come quello dei rapporti tra mafia e politica ? E’ strano.

Escluderei l’ipotesi di una rivalità giornalistica. D’Avanzo non ne ha bisogno: gode già di miglior fama, e comunque, un attacco che avrà conseguenze dirette sui palinsesti e sulla libertà di informazione, somiglia di più al dispetto del marito nei confronti della moglie… e quindi lo escluderei.

La prima ragione potrebbe essere che siamo tutti ricattabili, destra e sinistra, e che quindi, quando ci si siede al tavolo dei professionisti, bisogna conoscere le regole del gioco, e bisogna fare buon viso a cattivo gioco.

La seconda, più nobile, potrebbe essere, che, qualora indagate, determinate posizioni dei nostri leader potrebbero esporre il nostro paese ad una riprovazione internazionale foriera di conseguenze. E che quindi, per il bene del paese, sia meglio lanciare due fumogeni adesso e far cadere una testa ora, piuttosto che falcidiarne decine successivamente.

La terza è che ci sia stato un accordo tra maggioranza e opposizione, e che all’interno di questo accordo sia entrata anche la libertà di informazione.

Sono tutte e tre plausibili.

Di certo, per rispondere alla prima domanda, questa è una testa chiesta da Berlusconi, e recisa dal centro sinistra.